George Orwell e il tè: il rituale di una tazza perfetta
Una tazza di tè alla George Orwell: il rituale del tè, la scrittura e il piacere dei piccoli gesti quotidiani che accompagnano chi ama leggere e scrivere.
8/14/20263 min read


Una tazza di te può diventare molto più di una semplice bevanda: per George Orwell era quasi un iccolo rito, e per me è uno dei gesti che accompagnano la scrittura.
La scrittura nasce dai piccoli rituali
Quando scrivo mi piace moltissimo bere una tazza di tè.
Mi piace tenere la tazza tra le mani e scegliere, a seconda di come mi sento, quale usare: a volte una delle antiche tazze sottili che colleziono, altre una tazza di porcellana bianca, altre ancora una spessa mug. E poi ci sono le volte in cui preparo direttamente una teiera e una tisana.
È un gesto semplice, quotidiano. Eppure, per me, fa parte della scrittura.
Forse perché quando scriviamo non siamo mai soltanto parole e immaginazione. Siamo anche abitudini, piccoli rituali, oggetti familiari, profumi, silenzi e gesti che accompagnano il momento in cui ci sediamo davanti a una pagina.
George Orwell e il rito della tazza di tè
Uno dei miei scrittori inglesi preferiti è George Orwell.
Il 12 gennaio 1946 Orwell pubblicò sull'Evening Standard un articolo dedicato a una questione apparentemente semplicissima: come preparare una buona tazza di tè. Il titolo era A Nice Cup of Tea e lo scrittore vi elencava undici regole personali per preparare quella che considerava la tazza perfetta.
Mi piace moltissimo questa cosa.
Mi piace perché racconta qualcosa degli scrittori che spesso dimentichiamo: gli scrittori vivono nel quotidiano.
Non sono soltanto romanzi, racconti, personaggi, idee e immaginazione. Sono anche una tazza appoggiata sulla scrivania, una finestra aperta, una poltrona, una passeggiata, una musica, un'abitudine ripetuta ogni giorno.
Nel mio caso, c'è il tè.
Le regole di Orwell per una buona tazza di tè
Orwell affrontava la questione con una serietà quasi sorprendente.
Tra le sue indicazioni c'erano il tipo di tè da utilizzare, la quantità, il recipiente nel quale prepararlo e persino il modo di scaldare la teiera. Nel testo originale insisteva, tra le altre cose, sull'importanza di preparare il tè in piccole quantità e di utilizzare una teiera di porcellana o terracotta.
Leggendo queste regole si sorride.
Ma forse non dovremmo fermarci al sorriso.
Quello che trovo interessante è proprio la cura con cui Orwell osserva un gesto così normale.
Per lui una tazza di tè non è semplicemente una bevanda.
È un piccolo rito.
E forse ogni scrittore, consapevolmente o meno, ha i propri piccoli riti.
Scrivere è anche abitare il quotidiano
Quando penso agli scrittori, non riesco a immaginarli separati dalla loro vita quotidiana.
Mi piace pensare che dietro una pagina ci siano sempre anche le cose apparentemente insignificanti che la precedono.
Una tazza di tè.
Un quaderno.
Una penna.
Una stanza.
Un'abitudine.
Un momento di silenzio.
Forse è proprio questo che mi affascina del gesto di Orwell: un grande scrittore si occupa con attenzione anche di una cosa piccola.
E questa attenzione, in fondo, appartiene anche alla scrittura.
Per raccontare una storia bisogna imparare a guardare.
Guardare le persone, i luoghi, i gesti. Accorgersi di ciò che normalmente passa inosservato. Conservare nella memoria una voce, un profumo, una frase ascoltata per caso.
La scrittura nasce anche da questo.
Mi sento un poco Orwell
Quando seguo le indicazioni di Orwell mi sento, lo confesso, un poco Orwell anch'io.
Non perché riesca a preparare il tè secondo tutte le sue regole.
Ma perché mi piace l'idea che anche un gesto quotidiano possa diventare un piccolo spazio di consapevolezza.
La tazza che tengo tra le mani mentre scrivo non è soltanto una tazza.
È il segnale che sto entrando nel mio mondo.
È il momento in cui la casa, le incombenze, il rumore della giornata possono finalmente restare un poco fuori dalla porta.
Davanti a me ci sono una pagina bianca e una storia ancora da raccontare.
E accanto, naturalmente, una tazza di tè.
Una tazza di tè e una pagina bianca
Forse è per questo che mi è sempre piaciuto il rapporto tra gli scrittori e le loro piccole abitudini.
Ci ricordano che la letteratura non nasce in un luogo astratto.
Nasce dalla vita.
Dalle persone che incontriamo, dalle cose che amiamo, dalle passioni che coltiviamo e anche dai gesti che ripetiamo senza quasi accorgercene.
George Orwell ha trasformato una tazza di tè in un piccolo manifesto della sua attenzione al quotidiano.
Io, molto più semplicemente, continuo a tenere la mia tazza tra le mani mentre scrivo.
E ogni tanto penso che forse una storia comincia proprio così:
una pagina bianca, una matita e una tazza di tè.
